20/09/2026

Il numero che cambia ogni settimana

Il rapporto crawl-to-refer è diventato l’argomento principale nel confronto tra editori e piattaforme di intelligenza artificiale. È anche una delle metriche peggio maneggiate in circolazione: la stessa fonte, letta in finestre diverse, restituisce valori che differiscono di un fattore trenta.

Nel giro di dodici mesi lo stesso indicatore, calcolato dalla stessa azienda sugli stessi server, è passato da 70.900 a 1 a poco più di 2.000 a 1. Nessuna delle due cifre è sbagliata. Il problema è che vengono citate come se misurassero la stessa cosa.

L’indicatore si chiama crawl-to-refer ratio e conta quante pagine HTML un bot associato a una piattaforma AI preleva da un sito per ogni visita che quella piattaforma rimanda indietro. Lo pubblica Cloudflare su Radar dal 1° luglio 2025. Nella settimana campione presentata all’esordio — dal 19 al 26 giugno 2025 — i valori andavano dal 70.900 a 1 di Anthropic allo 0,1 a 1 di Mistral, che in quel periodo inviava dieci referral per ogni richiesta di scansione. Da allora quel primo numero ha vissuto una seconda vita, staccato dalla sua finestra temporale e usato come costante. Non lo è.

Cosa misura davvero

Il calcolo è dichiarato ed è semplice: al numeratore le richieste con Content-type: text/html provenienti dagli user agent riconducibili a una piattaforma; al denominatore le richieste di contenuto HTML il cui header Referer contiene un hostname della stessa piattaforma. Il risultato viene normalizzato a un referral. Da questa definizione discendono tre conseguenze che chi cita il dato quasi sempre omette.

La prima la dichiara Cloudflare stessa: il traffico proveniente dall’app nativa di Claude non trasmette l’header Referer, e la società ritiene che lo stesso valga per le app native di altri fornitori. I referral conteggiati sono quindi solo quelli generati dalle versioni web. Il rapporto, per ammissione di chi lo pubblica, può risultare sovrastimato, e non è chiaro di quanto. Un indicatore che il suo stesso curatore definisce potenzialmente gonfiato di un fattore ignoto non è una prova: è un indizio.

La seconda è che si tratta di un rapporto, e un rapporto si muove quando si muove uno qualsiasi dei due termini. Nel commento al primo rilascio, il calo del 19,4% registrato da Google su base settimanale non dipendeva da un aumento dei referral ma da una flessione dell’attività di Googlebot iniziata il 24 giugno. Un numeratore che scende produce lo stesso effetto grafico di un denominatore che sale, e significa l’esatto contrario.

La terza riguarda le esclusioni. Il traffico di referral proveniente dall’ASN di Google è escluso dall’analisi perché generato da prefetching e non da consumo effettivo. È una scelta metodologica corretta e dichiarata, ma rende il valore di Google non direttamente confrontabile con quello di piattaforme che non fanno prefetching.

Il fattore trenta

Il punto più delicato è la finestra temporale. Le letture di terze parti sui dati Radar producono, per lo stesso operatore, valori che nel 2026 hanno oscillato dall’ordine delle decine di migliaia a quello delle migliaia: circa 24.000 a 1 sul primo trimestre, poi valori progressivamente inferiori nelle settimane successive, fino a poche migliaia a 1 nelle rilevazioni estive. Sono tutte cifre coerenti con la fonte e tutte inutilizzabili se sommate o mediate, perché ogni finestra risponde a una domanda diversa.

Il caso più istruttivo è quello inverso. Mistral, che nel giugno 2025 compariva con il rapporto più favorevole dell’intera tabella, nelle letture del luglio 2026 risulta tra gli operatori più sbilanciati. Non perché sia peggiorata la qualità del suo prodotto, ma perché nel frattempo ha iniziato a scansionare in modo intensivo senza un meccanismo di rimando proporzionato. Chi avesse costruito una policy sui bot nel 2025 fidandosi di quella riga si troverebbe oggi con le impostazioni rovesciate.

Il lato della domanda

Sul versante degli utenti il dato più solido resta quello del Pew Research Center, che nel marzo 2025 ha analizzato il comportamento di navigazione di 900 adulti statunitensi su circa 69.000 ricerche Google. Il 18% delle ricerche ha prodotto una sintesi generata da AI e il 58% dei partecipanti ne ha vista almeno una nel mese.

In presenza della sintesi, il clic su un risultato tradizionale si verifica nell’8% dei casi contro il 15% in sua assenza. Il clic su una fonte citata dentro la sintesi si ferma all’1%. La sessione si interrompe nel 26% dei casi contro il 16%. La lunghezza mediana delle sintesi è di 67 parole e l’88% cita tre o più fonti.

Anche qui vale la stessa disciplina. Si tratta di un panel volontario di dimensioni contenute, riferito a un solo mese e a un solo mercato; Google ne ha contestato metodologia e dati. Il segnale è netto e coerente con rilevazioni indipendenti successive, ma la differenza tra 15% e 8% non è una legge di natura: è la misura di un comportamento in un momento specifico su un campione specifico.

Cosa ne ricava chi lavora in comunicazione

Tre cose, e nessuna delle tre è “bloccare i bot”. La prima è che i due lati del problema hanno unità di misura diverse e vanno tenuti separati in reportistica. Il crawling è un costo di infrastruttura e si legge nei log del server. Il referral è un ricavo potenziale e si legge nell’analytics. Comprimerli in un unico rapporto produce un titolo efficace e una decisione pessima.

La seconda è che il traffico da assistenti conversazionali cresce a percentuali a tre cifre su basi minuscole. Le rilevazioni sui grandi editori internazionali collocano ancora questa quota sotto l’1% delle visite complessive per la maggior parte dei siti. Una crescita del 393% su una quota dello 0,3% resta una quota trascurabile, e va comunicata come tale a chi deve allocare un budget.

La terza è che le citazioni nelle risposte generative stanno diventando esse stesse un inventario. Nel corso del 2026 la quota di risposte con citazioni web attive è cresciuta di oltre cinque volte in meno di un anno, restando comunque sotto il 7% del totale, con punte oltre il 20% in verticali come i viaggi. Parallelamente sono comparsi i risultati sponsorizzati, con tassi di clic nell’ordine dello 0,5%. È un mercato che nasce: misurarlo con i benchmark della search tradizionale è un errore di categoria.

Una regola di redazione

Un rapporto senza la finestra temporale non è un dato. Prima di riprendere una di queste cifre in una presentazione o in un piano, chiedersi tre cose: quale intervallo copre, cosa c’è al numeratore e cosa al denominatore, e quale dei due si è mosso rispetto alla rilevazione precedente. Se la risposta non è disponibile, la cifra non è verificata: è solo circolante.


Fonti principali: Cloudflare Blog, The crawl before the fall… of referrals: understanding AI’s impact on content providers, 1 luglio 2025 (dati Radar 19–26 giugno 2025, metodologia e avvertenze sull’header Referer); Cloudflare Radar, AI Insights — crawl-to-refer ratio, serie storica e API; Pew Research Center, analisi sul comportamento di ricerca, marzo 2025 (900 adulti statunitensi, circa 69.000 ricerche); Letture di terze parti dei dati Cloudflare Radar per finestre comprese tra il primo trimestre e il luglio 2026; Rilevazioni Similarweb sulla presenza di citazioni e risultati sponsorizzati nelle risposte generative, 2026.