03/09/2026

Marketing e intelligenza artificiale: adozione all’80%, ROI misurabile solo per 1 azienda su 3

L’intelligenza artificiale ha smesso di essere un esperimento nei reparti marketing. Ma i dati del 2026 raccontano un’adozione più contraddittoria di quanto lo slogan “rivoluzione” lasci intendere.

Per due anni il vocabolario del marketing ha usato la parola “rivoluzione” con una disinvoltura che meriterebbe più cautela. I numeri del 2026, letti senza filtro promozionale, restituiscono un quadro più utile: non uno strappo improvviso, ma un consolidamento infrastrutturale che avanza a velocità molto diverse a seconda di chi lo racconta.

L’adozione è massiccia

Sul fronte della diffusione, i dati non lasciano spazio a dubbi. Secondo l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, la quasi totalità degli utenti internet italiani conosce ormai il termine “intelligenza artificiale”, e circa sei grandi aziende italiane su dieci hanno già sperimentato applicazioni concrete nei propri processi, con investimenti significativi orientati alle opportunità di guadagno che l’AI può generare. Un sondaggio internazionale su duemila professionisti del marketing, condotto da GetResponse, colloca su livelli simili la quota di chi utilizza già l’AI nei processi operativi o ha in programma di adottarla a breve.

Il report Jasper “State of AI in Marketing 2026” descrive la fase attuale come il passaggio dalla sperimentazione al funzionamento operativo: l’intelligenza artificiale non orienta più soltanto la produzione di contenuti, ma entra nella pianificazione delle campagne e nella misurazione delle performance. Tra i team che dichiarano di monitorare il ritorno sull’investimento, sei su dieci riportano un rendimento pari o superiore al doppio della spesa.

Il nodo resta la misurazione

Qui però la narrazione uniforme si incrina. Un’indagine di Think Circle citata da IBM segnala che, a fronte di investimenti diffusi, solo un dirigente su tre afferma di poter misurare il ROI dell’AI con un margine di affidabilità accettabile. Uno studio IBM sui CEO arriva a una conclusione più severa: appena un’iniziativa su quattro produce il rendimento atteso, e solo una su sei raggiunge una scala aziendale piena. Il report attribuisce lo scarto non a limiti tecnologici, ma a fattori organizzativi — governance debole, processi disegnati male, strategia dei dati assente.

Un report MIT ripreso da Deep Marketing è ancora più netto, stimando che la grande maggioranza dei progetti di AI marketing non raggiunge gli obiettivi di business fissati in partenza, e indica come causa ricorrente l’assenza di un problema aziendale specifico da cui partire, sostituito da entusiasmo generico per lo strumento. Anche Gartner, secondo la rassegna di TheRankMasters, osserva che quasi tre quarti delle aziende faticano a scalare il valore delle iniziative di AI, mentre quasi metà dei responsabili marketing segnala che la tecnologia genera confusione interna piuttosto che chiarezza.

Dove il ritorno è documentato

Non tutto è indistinto, però. L’area in cui l’evidenza è più solida resta la personalizzazione: diverse fonti di settore, tra cui l’analisi di Growth Marketing Agency London, convergono su un miglioramento dei tassi di conversione tra il 20 e il 35% rispetto alle campagne statiche, quando l’automazione si applica su dati comportamentali sufficientemente ricchi. Il bidding pubblicitario e l’efficienza nella produzione di contenuti seguono a distanza, con risultati misurabili ma meno uniformi.

Il punto critico, secondo la stessa analisi, è che i risultati solidi restano ancorati a casi d’uso circoscritti: personalizzazione, gestione delle offerte pubblicitarie, produzione di contenuti. È la generalizzazione di questi risultati a un intero reparto marketing — trattare l’AI come sostituto della strategia di brand invece che come livello di ottimizzazione sopra canali già collaudati — a produrre gli scarti più ampi tra promessa e risultato.

La ricerca cambia forma

Un secondo asse di trasformazione riguarda il modo in cui gli utenti trovano le informazioni. Con l’espansione delle funzionalità di sintesi conversazionale nei motori di ricerca, la SEO tradizionale si affianca — non si sostituisce ancora — a pratiche di ottimizzazione pensate per essere citati dai motori generativi, indicate con acronimi come GEO o AEO. Google stessa ha pubblicato linee guida rivolte ai gestori di siti su come queste funzionalità interagiscono con i contenuti pubblicati, un segnale che il problema è considerato strutturale e non transitorio.

In parallelo, la fine progressiva dei cookie di terze parti sposta il baricentro verso dati proprietari raccolti con consenso esplicito, rendendo il CRM — più che lo strumento di AI generativa in sé — il punto di orchestrazione delle strategie di personalizzazione.

Cosa resta fuori dai comunicati stampa

Il segnale più interessante per chi deve decidere un investimento non è la percentuale di aziende che “usa già l’AI” — ormai maggioritaria e quindi poco informativa — ma la distanza tra questo dato e la quota, molto più bassa, di chi riesce a dimostrarne il rendimento con un metodo verificabile. È in questo scarto che si gioca la differenza tra un’infrastruttura che matura e uno slogan che si autoalimenta.


Fonti principali: Osservatorio Artificial Intelligence (Politecnico di Milano); GetResponse; Jasper, State of AI in Marketing 2026; IBM, Come massimizzare il ROI dell’AI nel 2026; Deep Marketing / MIT; Gartner (via TheRankMasters); Growth Marketing Agency London; Kantar, Marketing Trends 2026.