18/09/2026

Le “patologie” che possono affliggere una marca (e come distinguerle)

Una marca che vende ancora, ma sempre meno a clienti nuovi. Una marca imitata così bene dai concorrenti che nessuno sa più dire perché sceglierla. Una marca che ha smesso di comportarsi come dice di essere. Una marca travolta da uno scandalo. Sono quattro crisi diverse, con cause diverse, che richiedono risposte diverse — e secondo l’autore, nel suo “Comunicare oggi. Manuale critico della pubblicità e del consumo” (Pratilia Edizioni, 2026), confonderle è l’errore più costoso che un’azienda possa fare quando la propria marca comincia a soffrire: una diagnosi sbagliata porta a terapie sbagliate che possono aggravare il problema invece di risolverlo.

La prima patologia è la perdita di rilevanza: la marca resta conosciuta, la sua immagine resta perfino positiva, ma chi la conosce non la considera più rilevante per i propri bisogni. Succede tipicamente quando il mercato evolve — nuovi bisogni, nuovi valori, nuovi stili di vita — e la marca resta ancorata a un territorio simbolico che non corrisponde più alle aspettative di chi dovrebbe sceglierla. È una crisi che si sviluppa lentamente, quasi impercettibilmente: la marca continua a vendere grazie alla fedeltà di chi la conosce già, ma smette di acquisire nuovi clienti, e il proprio pubblico invecchia senza essere rinnovato.

La seconda è la perdita di differenziazione: la marca resta rilevante, ma non è più percepita come unica. I concorrenti l’hanno imitata, il mercato si è affollato di proposte simili, e la marca non riesce più a rispondere alla domanda che ogni persona si pone al momento della scelta — perché questa, e non un’altra? Il libro individua una causa ricorrente: campagne “me too” che inseguono le tendenze del momento invece di affermare un’identità originale, finendo per essere “rilevanti per tutti e significative per nessuno”.

La terza è la crisi di coerenza: la marca ha ancora un’identità chiara sulla carta, ma ha smesso di comportarsi in modo coerente con essa. Le cause, secondo Pazzaglia, sono spesso interne — un cambio di management che porta con sé un cambio di strategia comunicativa, pressioni di breve periodo che producono scelte tattiche incompatibili con il posizionamento di lungo periodo, estensioni di linea che diluiscono il significato originario del marchio. È una crisi particolarmente insidiosa perché i suoi effetti non sono immediatamente visibili: chi acquista continua a farlo per abitudine, mentre la percezione della marca si sgretola silenziosamente — un deterioramento che compare nelle misure di brand equity prima ancora che nei numeri di vendita.

La quarta è la crisi reputazionale: uno scandalo, una controversia pubblica, una campagna di boicottaggio che danneggia l’immagine in modo rapido, a volte devastante. Non è una patologia esclusiva dell’era digitale — marche sono sopravvissute e affondate per crisi reputazionali molto prima dei social media — ma il digitale ne ha cambiato la dinamica: la velocità di diffusione delle informazioni negative, la permanenza delle tracce digitali, e la capacità di gruppi organizzati di amplificare e mantenere viva l’attenzione su una controversia rendono le crisi contemporanee molto più difficili da gestire di quelle del passato.

Dietro queste quattro patologie, il libro individua anche i motori opposti — quelli che fanno crescere una marca in modo sano: l’investimento comunicativo mantenuto con continuità anche quando la pressione di breve periodo spingerebbe a tagliarlo (citando la ricerca dell’Ehrenberg-Bass Institute sulla notorietà mentale, che decade rapidamente in assenza di stimoli); la differenziazione percepita, sempre più spesso simbolica più che funzionale nei mercati maturi dove le caratteristiche di prodotto sono ormai comparabili tra concorrenti; la qualità delle esperienze dirette, che la comunicazione può solo promettere ma mai sostituire; e la fedeltà, che nasce proprio dall’incontro tra ciò che la comunicazione promette e ciò che l’esperienza reale conferma.

Prima di intervenire su una marca che mostra segnali di difficoltà, il libro suggerisce di distinguere con precisione quale delle quattro patologie è effettivamente in corso — perché una marca con un problema di rilevanza ha bisogno di ripensare il proprio territorio simbolico, non di una campagna più aggressiva; una marca con un problema di coerenza ha bisogno di disciplina interna, non di un nuovo claim pubblicitario; e nessuna delle prime tre si risolve con gli strumenti di gestione tipici della quarta, la crisi reputazionale, che richiede una risposta rapida e diversa da tutte le altre.


Fonte: Matteo Pazzaglia, “Comunicare oggi. Manuale critico della pubblicità e del consumo”, Pratilia Edizioni, 2026, Capitolo 16.