Centocinquanta. È probabilmente il numero più citato in ogni discussione su quante relazioni un essere umano possa gestire, e negli ultimi quindici anni è diventato un riferimento ricorrente anche nel marketing sui social media — a volte per sostenere che le piattaforme digitali abbiano finalmente superato quel limite naturale, a volte per l’opposto: usarlo come giustificazione teorica per concentrare gli sforzi su una community più piccola e curata, invece di inseguire follower indiscriminatamente. Il problema è che entrambe le applicazioni, quella che dichiara superato il limite e quella che lo invoca come base scientifica solida, fraintendono in modi diversi cosa il numero di Dunbar dica davvero.
Robin Dunbar, antropologo dell’Università di Oxford, ha proposto la propria teoria in un articolo del 1992 pubblicato sul Journal of Human Evolution, basato su un’osservazione della dimensione della neocorteccia in trentotto specie di primati non umani. La sua ipotesi: esiste un limite cognitivo al numero di relazioni sociali stabili che un individuo può mantenere, un limite che, applicato alla specie umana, si aggirerebbe attorno a 148, arrotondato a 150. Il numero ha avuto un’influenza enorme, ben oltre l’ambito accademico: l’autorità fiscale svedese mantiene i propri uffici sotto le 150 persone proprio ispirandosi a questa teoria, l’azienda W. L. Gore and Associates ha strutturato i propri stabilimenti attorno allo stesso concetto, e Malcolm Gladwell lo ha reso ancora più celebre citandolo nel proprio bestseller The Tipping Point.
Il primo fraintendimento diffuso nel marketing riguarda proprio l’idea che i social media abbiano “superato” il numero di Dunbar. È un’affermazione che circola frequentemente in articoli e presentazioni di settore, basata sull’osservazione che la maggior parte degli utenti Facebook supera i 200 contatti, e il 21% ne supera i 500. Dunbar stesso, però, ha smentito esplicitamente questa lettura: la propria teoria riguarda le relazioni significative — legami in cui una persona conosce davvero l’altra, e sa come quella persona si relaziona a sua volta con il resto della rete sociale condivisa — non i contatti generici accumulati su una piattaforma. Le migliaia di follower o connessioni che un profilo social può accumulare appartengono, nella distinzione di Dunbar, a un livello completamente diverso: conoscenze superficiali, non relazioni stabili nel senso specifico che la sua ricerca originale intendeva misurare. Una ricostruzione successiva della sua teoria distingue livelli concentrici distinti — appena cinque amicizie davvero intime, fino a 1.500 persone di cui si conosce semplicemente il nome — con il numero 150 che occupa una posizione intermedia precisa, non l’intero spettro delle relazioni umane possibili.
Il secondo fraintendimento è più sottile, e riguarda la solidità scientifica del numero stesso, spesso data per scontata da chi lo cita nel marketing come se fosse un dato ormai consolidato oltre ogni dubbio. Non lo è. Nel 2021, un gruppo di ricerca dell’Università di Stoccolma ha pubblicato uno studio che, ricalcolando la stessa “equazione del cervello sociale” usata da Dunbar per derivare il proprio numero, ha trovato margini di incertezza statistica talmente ampi da rendere impossibile stabilire con precisione un valore specifico — mettendo in discussione non tanto il numero 150 in sé, quanto la possibilità stessa di calcolarlo con il metodo originale. Altri studi indipendenti, basati su dati reali di reti sociali umane invece che su proiezioni derivate dalla neurocorteccia dei primati, hanno trovato valori molto più alti e meno uniformi: uno studio del 2010 ha calcolato che le persone conoscono in media tra 472 e 611 individui; un’altra analisi empirica ha proposto un valore mediano di 291, quasi il doppio di quello di Dunbar.
Dunbar stesso, va detto con onestà, non ha mai smesso di difendere la propria teoria di fronte a queste critiche, sostenendo che gran parte delle contestazioni confonda le relazioni di qualità — quelle che la sua teoria intende misurare — con le semplici conoscenze superficiali, che si collocano su un livello diverso della stessa struttura concentrica. Il dibattito accademico, insomma, resta aperto su entrambi i fronti: se il numero esatto sia davvero 150, e se un singolo numero fisso abbia senso applicato a popolazioni, culture e individui diversi tra loro, con variazioni già documentate legate a personalità — gli estroversi tendono ad avere reti più ampie degli introversi — e persino al genere.
Cosa dovrebbe portarsi via chi lavora nella gestione di una community online o nella costruzione di una rete professionale, da una teoria circondata da questo livello di incertezza scientifica? L’intuizione di fondo — che esista un limite pratico oltre il quale mantenere relazioni davvero significative con ogni singolo contatto diventa impossibile, indipendentemente da quanti “amici” o “follower” un profilo accumuli — resta ragionevole e coerente con l’esperienza quotidiana di chiunque gestisca una rete di contatti ampia. Citare “150” come se fosse una cifra scientificamente certificata, però, attribuisce a un numero circondato da margini di incertezza sostanziali una precisione che la ricerca più recente non è affatto in grado di confermare.
Fonti: Robin Dunbar, “Neocortex size as a constraint on group size in primates”, Journal of Human Evolution, 1992; studio dell’Università di Stoccolma sulla rivalutazione dell’equazione del cervello sociale, Biology Letters, 2021; Big Think, “Study: Dunbar’s number is wrong. You can have more than 150 friends”; The Conversation, “Dunbar’s number: why my theory… has withstood 30 years of scrutiny”, Robin Dunbar.